WHAT AM I LOOKING AT?

by Antonio D’Amico

 

The artistic expression of Gianluca Quaglia runs along two tracks that converge at a focal point of his enquiry: to give form to the intrinsic relationship between being and what flows from it. The result is a unique interpretation of the uninterrupted flow that exists between the real and our vision of it, obtained through the use of conventional images manipulated in different ways. His interventions on the material alters the valence of the individual elements, generating satellites of continually shifting reality, both in his installations and small-format works.

In everyday life, images “are often the only light in the darkness” that reassure and guide our journey. Inside the installations of Gianluca Quaglia, we enter instead a space where we are simultaneously alienated and perplexed by images, insofar as they reveal a surreal dimension experienced through the perception that everything is moving, in a continuous interaction between self and other. The artist studies the surrounding reality, revealing its most

significant details, reinterpreting and transfiguring them, superimposing an atmosphere of disorientation and sublimation. Viewers are asked to experience the space through spontaneous participation, involuntary exploration, in order to freely and honestly express themselves. We can thus have a bodily experience of the artwork without constraints of movement, feeling immersed in the shadows of the night, simulated in the shadow and I, or wandering through a unique landscape charged with illusion. In from faraway but near, the rocks narrate the mind’s thoughts, which crowd yet at the same time free themselves between the blue of clearly delineated skies, while postcards/rest is a metaphor of a great journey. The postcards highlight a memory, a moment, a pause from reading, placed between the pages of books or between one book and another, collectively transmitting a comprehensive image of a place

experienced in both reality and memory.

“In the era of universal circulation of images, everything has been seen and read, everything recounts everything; the landscapes of the world resemble each other more and more, rather than differentiate themselves to abstain from the discourse and surprise us. The recovery of a sense of place, of real experience, and the escape from the mundane and repetitive must nevertheless, if it still has reason to exist, pass through the image-landscape” . In his work, Gianluca Quaglia contemplates these considerations voiced by Michael Jakob, conceptualizing and expressing an idea that has its roots in the transience of the border between the real and the ideal, between the visible and the invisible, between experience and dream, between the tangible and the ineffable.

In his small-format works, the ‘images’ are populated by decorative elements, integrated as if in a figurative atlas. The come from encyclopedias, entomological illustrations from the late 19th and early 20th centuries, or from the so-called ‘Florence Charter’. Through cut-outs, accumulation or the cancellation of color, as we can see, among others, in black butterflies, or of form, as in the mimetic all that has the appearance of powder (chameleon), the images lose their iconographic value and acquire the substance of a new place outside the real. For Quaglia, these interventions are silent, meticulous and patient gestures, conducted to disrupt the usual iconic palimpsest of an image, giving it back to the public charged with a new esthetic, a new definition that weakens standardized viewing and elevates it to speculative thought. By extracting the decorative element from its original context, the artist transforms the

unambiguous conception of the visible, activating a multiplicity of viewpoints.

“In contact with nature, which he will declare sublime, the subject makes a sort of second Creation: he seeks out the unusual, allows himself to be surprised, overcomes fear and finally transforms all that he sees into images”, imagining to see.


CHE COSA STO GUARDANDO?

testo di Antonio D’Amico

 

L’espressione artistica di Gianluca Quaglia corre lungo due binari che convergono in un punto focale della sua ricerca: dar corpo alle intrinseche relazioni tra l’essente e ciò che da esso scaturisce. Ne risulta una singolare interpretazione di quel flusso ininterrotto che esiste tra il reale e la visione di esso, ottenuto attraverso l’impiego di immagini convenzionali diversamente manipolate. Gli interventi sulla materia modificano la valenza dei singoli elementi, generando satelliti di realtà in continuo mutamento, sia nei lavori installativi ambientali sia nelle opere di piccolo formato. Nel quotidiano, le immagini “sono spesso l’unica luce nell’oscurità”  che rassicurano e orientano il cammino. All’interno delle installazioni di Gianluca Quaglia si accede invece in uno spazio nel quale si è contemporaneamente estraniati e disorientati dalle immagini, in quanto sono rivelatrici di una dimensione surreale vissuta con la percezione che tutto è in movimento, in un continuo interagire tra sé e l’altro da sé. L’artista studia la realtà circostante, ne rileva i dettagli più significativi, li reinterpreta, li trasfigura, sovrapponendo un’atmosfera di spaesamento e di sublimazione. Al fruitore è richiesto di vivere lo spazio con una partecipazione spontanea, un’esplorazione involontaria, per esprimere gesti liberi e schietti. Si può fare così un’esperienza corporea dell’opera d’arte senza vincoli nei movimenti, sentendosi immersi nelle ombre della notte, simulata in the shadow and I, oppure vagando tra i segni di un paesaggio sui generis carico di illusione. In da lontano ma vicino le rocce raccontano i pensieri della mente, che si accalcano e allo stesso tempo si liberano tra l’azzurro di cieli nitidamente delineati, mentre postcards/rest è la metafora di un grande viaggio. 

Le cartoline postali, infatti, sottolineano un ricordo, un momento, una pausa di lettura e tutte insieme, interposte tra le pagine dei libri o tra un libro e un altro, trasmettono l’immagine globale di un luogo vissuto nella realtà e nella memoria.

“Nell’epoca della circolazione universale delle immagini tutto è stato visto e letto, tutto racconta tutto; i paesaggi del mondo si assomigliano sempre più, invece di differenziarsi, di sottrarsi al discorso e di sorprenderci. 

Il recupero di un senso del luogo, del vissuto, e l’uscita dal banale e dal ripetitivo dovrà comunque, se ha ancora motivo di essere, passare attraverso l’immagine-paesaggio” . Gianluca Quaglia nei suoi lavori riflette su queste considerazioni espresse da Michael Jakob e concettualizza ed estrinseca un pensiero che fonda le sue radici sulla labilità del confine tra il reale e l’ideale, tra il visibile e l’invisibile, tra il vissuto e il sognato, tra il tangibile e l’ineffabile. 

Nei lavori di piccolo formato poi, le sue “immagini” sono popolate da elementi decorativi, uniti tra loro come in uno scenografico atlante figurativo. Essi provengono da volumi enciclopedici, da tavole entomologiche di fine Ottocento e inizi Novecento o dalle così dette “carte di Firenze”. Attraverso l’intaglio, l’accumulo, la cancellazione del colore, come si può vedere tra gli altri in black butterflies, o della forma, proprio come nel mimetico tutto ciò che ha l’aspetto della polvere (camaleonte), le immagini perdono la loro valenza iconografica e conquistano la sostanza di un nuovo luogo altro dal reale. Per Quaglia, infatti, questi interventi sono gesti silenti, meticolosi e pazienti, compiuti per scardinare il palinsesto iconico consueto di un immagine, restituendola alla collettività carica di un nuovo senso estetico, di una nuova ridefinizione che ne indebolisce la reale fruizione standardizzata e la eleva a un pensiero speculativo. Estraendo l’elemento decorativo dal suo contesto originario l’artista trasforma la concezione univoca del visibile, attivando una moltiplicazione dei punti di vista. “Nel contatto con la natura, che dichiarerà sublime, il soggetto compie una sorta di seconda Creazione: va alla ricerca dell’inusitato, si fa sorprendere, supera la paura e trasforma infine in immagini tutto ciò che vede” , immaginando di vedere.